Spazio d'autore: intervista ad Adalberto Scemma
By Luca Cavedon
Stile di vita / Tempo libero / Sport
Con noi oggi è presente il giornalista sportivo e autore Adalberto Scemma. Per Edizioni Zerotre, è autore e co-autore di una ventina di volumi della collana La Coda del Drago, una serie di libri in cui trovano spazio storie e temi legati allo sport. Inoltre, è il Direttore responsabile dell’omonima rivista nata proprio dalla collana letteraria e che oggi è al volume n. 10.

1. Prima di iniziare, si presenti al pubblico che La sta ascoltando.
Data l’anagrafe, ho naturalmente un curriculum molto intenso e intersecato: nel corso della mia carriera ho ricoperto un po’ tutti i ruoli del giornalismo (anche sportivo, ma non solo) sia scritto che radiofonico e televisivo. Ho militato a lungo nel giornalismo, soprattutto a L’Arena dove sono stato capo dei servizi sportivi e poi inviato speciale. Ho avuto modo di vivere molte altre esperienze che ora sarebbero troppo lunghe da enumerare, anche perché ho sempre considerato ogni traguardo come un nuovo punto di partenza. Negli ultimi anni mi sono dedicato soprattutto alla letteratura sportiva che insegno ormai da più di vent’anni alla Facoltà di Scienze motorie di Verona.
2. Lei è anche Direttore Responsabile dell’omonima rivista sportiva di Edizioni ZEROTRE, La Coda del Drago. Può parlarci di questo progetto? Quando è nato e a chi è rivolto?
Si tratta di un progetto visionario cui ha dato un contributo importante ed essenziale proprio l’editore. Il protagonista principale è il mondo dei giovani. Le grandi firme del giornalismo e della letteratura sportiva vengono affiancate, infatti, in redazione da studenti delle Università e dei Licei. È un progetto innovativo i cui risultati andranno valutati strada facendo, ma che ha tutti i presupposti per diventare un volano di creatività e un esempio unico di fiducia nei giovani.

3. Parlando di giovani, quali sono i valori che lo sport può ancora oggi trasmettere loro?
Lo sport è soprattutto competizione, nulla a che fare con l’attività motoria, che è un diritto irrinunciabile ma che non consente di misurarsi, con gli altri e con sé stessi. Lo sport ha alla base un concetto a sua volta irrinunciabile: il confronto, che in neuroscienze è l’elemento primario della conoscenza: bianco-nero, caldo-freddo, piacere-dolore. Dal confronto nasce la conoscenza, dalla conoscenza la cultura. Lo sport ha un itinerario semplice e naturale e anche per questo è educativo.
4. Che tipo di articoli si possono trovare all’interno della rivista?
Gli articoli riguardano l’attualità soltanto di riflesso. Il motivo conduttore è dato dalla scoperta o dalla riscoperta delle storie poco conosciute: nei numeri scorsi si parla di Raf Vallone non soltanto come attore ma anche in veste di calciatore con sette campionati di serie A con la maglia del Torino, poi del Premio Nobel Albert Camus che è stato portiere della Nazionale algerina e che ha giocato nella serie A francese. Poi Vittorio Gassman: giocatore di basket tra i migliori in assoluto dell’età pionieristica. Nell’ultimo numero spiccano due interviste a grandi firme della letteratura sportiva: Massimo Raffaeli e Darwin Pastorin oltre a un ricordo di Bruno Pizzul curato da Tonino Raffa, una delle voci storiche di Calcio minuto per minuto in Rai. Ma il pezzo forte è l’apertura sul centenario di Juan Alberto Schiaffino, uno dei geni del calcio in assoluto, più grande nel giudizio dei critici di Pelè e Maradona. La firma è di Massimiliano Castellani, che ha ricevuto domenica a San Zenone a Po il Premio Fair Play Gianni Brera per la letteratura sportiva e che il 1° luglio riceverà a Roma al Foro Italico il Premio Coni Ussi per la sezione Costume e Inchieste del giornalismo.
5. Ricordiamo ai nostri ascoltatori com’è nata l’idea del nome La Coda del Drago.
Mi ha colpito un’immagine visionaria di Alberto Brambilla, mio collega di letteratura sportiva all’Università di Verona, oggi condirettore del magazine di Edizioni ZEROTRE nato dall’omonima collana. Il nome La Coda del Drago è stato coniato al passaggio del gruppo dei corridori del Giro d’Italia. Una fiondata di effetti cromatici ti si catapulta addosso all’improvviso, è un sussulto che dura pochi attimi. I corridori si piegano in curva e subito spariscono lasciandoti negli occhi l’immagine di una lunga scia multicolore che sembra la coda di un drago cinese, e che ti sfiora senza darti il tempo di afferrarla. Pochi secondi e non c’è più nulla da vedere: hai l’impressione di vederli ma non ne sei sicuro. Ti rimane, però, l’immagine di un mondo magico in technicolor che appare e scompare. Ciò ti resta proprio impresso nella memoria. È un po’ quello che accade, per metafora, a tante storie di sport, storie di uomini ma anche di sogni, di leggende e di miti accatastati nel ricordo senza aver mai trovato quell’evidenza che cronache meno superficiali, più disponibili all’approfondimento, avrebbero dovuto garantire: tanti nomi in copertina che vanno e vengono, si sovrappongono, spariscono e ricompaiono. Di qui l’idea di una collana agile nella struttura, destinata nelle intenzioni a testimoniare, o a rievocare, “passaggi di tempo”, storie attuali o storie uscite dall’archivio della memoria, cariche, comunque, di energia e di suggestione.

6. La rivista La Coda del Drago è ormai giunta al suo decimo numero e oggi è in edicola: come si è evoluta nel tempo?
L’evoluzione è stata graduale con l’inserimento sempre più marcato delle grandi firme grazie anche al contributo di Alberto Brambilla, il condirettore, docente di letteratura italiana alla Sorbona. Ho citato Raffaeli, Castellani, Pastorin ma ci sono anche Veronesi, Lonardi, Contorbia, Albertazzi, Faltoni, Sicolo, Balbi, Capotosto, per non parlare della collaborazione di letterati svizzeri come Simone Bionda o Roberto Falconi, docenti a Bellinzona e a Lugano. E poi c’è una base solida costituita dai ragazzi con i nomi di Caterina Venturini, Valentina Masotto, Emma Silocchi, Giuliana Beretta, Emma Tartari e Agnese Battistelli già noti anche al pubblico dei lettori.
7. Nella rivista si ricordano diverse icone della telecronaca sportiva, come Bruno Pizzul, recentemente scomparso. Come mai, secondo lei, sono diventati simboli del racconto sportivo?
Perché hanno raccontato lo sport con la stessa attenzione dovuta agli eventi di carattere culturale o di costume. Lo hanno fatto con equilibrio, con una straordinaria padronanza del lessico e con passione, un elemento imprescindibile per chi si accinge ad affrontare questo mestiere. Anche qui emerge la possibilità di un confronto: la classe di Carosio, Pizzul, Ameri, Ciotti o Martellini e le cronache urlate dei telecronisti di oggi, dove tutto è straordinario, storico, epico.

8. Guardando alle grandi voci del passato, come si può oggi tornare a raccontare lo sport con quella intensità e quella forza evocativa capaci di trasformarlo in memoria condivisa? E quali sono, secondo lei, gli elementi che rendono una voce o un racconto davvero memorabili?
Primo elemento: la cultura. La cultura è soprattutto conoscenza del passato. Ho studenti universitari iscritti a giornalismo sportivo che non conoscono Rivera, Meazza, Benvenuti, Mazzinghi, Mennea, o studenti liceali che a Mantova non hanno mai sentito nominare Roberto Boninsegna. Parli non a caso di memoria condivisa: io andrei oltre, parlerei di “diritto alla memoria” che i grandi personaggi del passato meritano per le imprese che hanno compiuto e che soltanto le grandi voci, grazie alla cultura e alla conoscenza, sono in grado di testimoniare.
9. Lei è giurato della categoria letteratura sportiva del Premio Letterario Città di Verona, promosso da Edizioni ZEROTRE. Questo è il terzo anno e molti sono stati i giovani studenti premiati: ci racconta di questa esperienza, che l’ha vista interfacciarsi con scuole e università. Anticipiamo che la Premiazione si terrà Sabato 22 Novembre alla Sala Maffeiana del Teatro Filarmonico, tra qualche giorno.
Se devo dare un giudizio esaustivo, insegnando giornalismo all’Università e tenendo corsi di letteratura sportiva nei Licei direi che la qualità, nel confronto, premia proprio questi ultimi, le scuole superiori quindi, sia come scrittura che come interesse. Più si va avanti con l’età e più si diventa schiavi di un meccanismo che privilegia i social rispetto a qualsiasi mezzo di comunicazione. Nessuno legge più i quotidiani, viene a mancare quindi la capacità di memorizzare gli avvenimenti attraverso la memoria visiva, dove la presenza dell’inchiostro diventa inalienabile. Una strada alternativa? I libri, necessari per gli approfondimenti e a loro volta inalienabili per via dei corsi e ricorsi vichiani che riproporranno la lettura come elemento primario della conoscenza e come cardine mnemonico per la memorizzazione.
10. Nel nono numero del magazine si parla di Schiaffino, accostandolo a nomi come quello di Pelé e Maradona: “Cina” Bonizzoni lo considerava il più grande. Perché secondo lei?
Ho conosciuto personalmente Bonizzoni negli anni del Guerin Sportivo, che lui frequentava come interfaccia tecnica, se così si può dire, di Gianni Brera. Bonizzoni non ha mai speso giudizi a vanvera e in ogni caso (con tutto il rispetto per Pelé e Maradona, il genio calcistico di Schiaffino (chiamato in Uruguay “el dios del futbol”) è andato oltre il pensabile, siamo di fronte a un alieno che anticipava l’esito della manovra attraverso strade soltanto a lui note. Eduardo Galeano diceva che giocava come se stesse osservando il campo dalla più alta torre dello stadio. Brera diceva che aveva dei radar delle torce elettriche nei piedi per illuminare il terreno di gioco. Per lui nel calcio storico ci sono stati 5 extralarge fuori classifica: Schiaffino, Di Stefano, Pelé, Maradona e Cruijff. Nei dieci, su un gradino appena inferiore Kubala, Puskas, Beckenbauer, Meazza, Sivori, tutti centrocampisti come si può vedere. E fermiamoci qui.

11. Ha già in mente altri progetti per la collana e per la rivista? Può darci qualche anticipazione sulle prossime pubblicazioni?
Per la collana sono alle viste due libri di grandi firme: il primo di Alberto Brambilla con una testimonianza critica su Italo Svevo e una novità letteraria su Emilio Salgari sportivo, il secondo di Piero Faltoni ed è la storia di Mario Frustalupi, regista della Lazio scudetto e poi dell’Inter. Per la rivista prevedo una pioggia di nomi importanti tra i collaboratori, tutti alla ricerca dei personaggi del passato, con quel diritto alla memoria cui facevo cenno.
12. È possibile per nuovi autori partecipare alla collana con un proprio testo? Come possono farlo?
Certo, la collana è aperta a tutti: servono storie, naturalmente, e serve chi le sappia raccontare. L’esempio di Superman ha una Graziella e di Mimmo Ciaccia, un carneade all’epoca, debuttante in assoluto, può fare da traino. Servono storie, ovviamente, ma anche qualità di scrittura. Bisogna prima di tutto essere dei “raccontisti”, un neologismo che la dice lunga. Un consiglio per…semplificare le cose? Leggere autori (anche) di sport come Giovanni Arpino, Luciano Bianciardi, Gianni Mura, Vittorio Sereni, Gianni Clerici, Giancarlo Fusco, Giovanni Piubello, Osvaldo Soriano, Eduardo Galeano, Daniele Del Giudice, Julio Cortàzar, Luigi Gianoli, Vladimiro Caminiti, Orio Vergani e memorizzare il ritmo della scrittura per arrivare poi a Dino Buzzati e Gianni Brera
13. Dirigendoci verso la conclusione dell’intervista, come ha vissuto l’esperienza della pubblicazione con Edizioni ZEROTRE?
Un’esperienza vissuta da subito con grande trasporto e con l’entusiasmo che accompagna da sempre le cose in cui si crede. Non ho mai assecondato un progetto fine a sé stesso, ho cercato ogni volta di utilizzare il terzo occhio, quello che ci porta a guardare oltre. Ed è stata proprio questa la chiave che mi ha consentito di coinvolgere tanti straordinari compagni di avventura, molti dei quali sono oggi tra i grandi protagonisti del giornalismo e della letteratura sportiva. Non faccio nomi, ma chi ha voglia di scoprirli può trovarli sulle copertine dei libri che La Coda del Drago ha dedicato a Gianni Brera e Gianni Mura, per esempio, o a Gilberto Lonardi. Questi sono tre nomi che appartengono, non a caso, alla storia della nostra letteratura, e non soltanto a quella sportiva.
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