Enea, un contadino di Sprea, ha studiato dai gesuiti per diventare prete ma ha dovuto interrompere, suo malgrado, gli studi per aiutare la famiglia nei campi. Chiamato alle armi per la Prima guerra mondiale, l’uomo, avvezzo ai testi sacri, ai filosofi e in particolare a Sant’Agostino passa brutalmente da un mondo rurale povero e sospeso, all’orrore e alla violenza più allucinante della prima linea: il suo è un viaggio attraverso le pieghe del dolore e le fragilità umane, è capace di farsi simbolo della sofferenza di una intera generazione. In trincea, Enea lotta per non smarrire sé stesso, annotando su un’agendina i dialoghi con i commilitoni: chicche di umanità che fatica a comprendere, ma che restano come testimonianza allucinante di quella realtà. Nonostante il soverchiante orrore, Enea attraversa il male senza sporcare la propria anima. In questo inferno troverà spazio anche l’incredibile amore per Olga, una contadina, con la quale riuscirà a tessere un’effimera storia di felicità. Al contempo, il legame con un ufficiale inglese, Theodore, un uomo colto ed empatico, profondamente umano, si trasformerà in una sincera quanto rimpianta amicizia e complicità nel mezzo di una guerra spietata. Molte delle persone conosciute andranno incontro a un epilogo funesto, aggiungendo dolore ad altro dolore in un quadro drammatico. Il romanzo si configura così come un intenso viaggio di resilienza, in cui i fili vivi della memoria si intrecciano indissolubilmente al senso di appartenenza e alle proprie radici. La trama esplora a fondo la lotta alle avversità, celebrando il riscatto umano e la forza redentrice della fede capace di sopravvivere anche quando ogni legame viene reciso dalla tragedia.
E se toccasse a noi la sorte di Enea, il contadino partito da Sprea? Chiamati a essere più forti del nostro destino? Oggi, guardando le cronache, vedo una società smarrita, segnata da violenze efferate. Gli adolescenti di un tempo non sono più come li intendevamo noi e troppi sono i giovani capaci di delitti inspiegabili. Se i nostri nonni potessero guardarci, non riconoscerebbero più la società per la quale hanno combattuto e sacrificato la vita in guerra. Mi viene da chiedere: è colpa della mia generazione? Dove abbiamo sbagliato? Mi piace definire Enea, il protagonista del romanzo, un rivoluzionario silenzioso, un giovane uomo capace di anticipare le grandi domande del futuro dimostrando in fondo che l’animo umano non cambia mai. Eppure, quanti volti ha incrociato Enea lungo quel periodo imbrattato del fango delle trincee? La sua memoria è un caleidoscopio umano, un universo variegato e dolente. Custodisce l’eco degli affetti più puri: la nostalgia struggente per i genitori e il ricordo del suo cane, Miseria, fedele compagno di un’innocenza perduta. Su tutto però vigila la sua formazione gesuita, una corazza culturale rigida e geometrica, che comincia a scricchiolare sotto il peso dell’insensato orrore della guerra. È proprio questo stridore, quasi inopportuno, tra il fischio delle pallottole e la bellezza dei versi, a compiere lo strappo lacerante mettendo in mostra l’inutilità della guerra. Mutano i tempi, i vestiti, le tecnologie, ma gli interrogativi fondamentali restano gli stessi. Mi pare che oggi però abbiamo smesso di interrogarci, la vita sembra più facile, quasi un videogioco. Pochi sognano di mettersi a lavorare per cogliere la frutta dagli alberi, è più comodo comprarla al supermercato, confezionata, già lavata, lucida e senza difetti; ma è una illusione, non abbiamo più tempo per queste cose, c’è altro nella vita. Da quanto tempo non stringiamo tra le mani un libro? Quei libri che un tempo abitavano sui nostri comodini, compagni dei nostri sogni. E allora sogniamo! Prendiamoci il tempo! Questo romanzo parte da lontano, dalla ricerca di un tempo che necessita di molta fantasia per essere immaginato. È in questo periodo ricostruito che si colloca Sprea, un mondo antico, rurale, sospeso geograficamente e culturalmente. Una realtà che evoca l’Aci Trezza dei Malavoglia, dominata da un verismo crudo ma naturale, nel quale la vita è scandita dal lavoro nei campi e dal governare gli animali per un tozzo di pane. In questo microcosmo immobile, la chiamata alle armi stravolge ogni cosa. Per un giovane contadino come Enea, partire per il fronte significa varcare per la prima volta i confini del proprio universo, l’occasione di vedere il mondo e di trasformarsi nella dolorosa meraviglia davanti a tanta umana cattiveria. Eppure, attraversata la sfera del suo mondo inizia il vero viaggio di Enea. Un percorso di resilienza che poggia su una unica, risoluta e tenace promessa: quella di ritornare. Al termine del conflitto, Enea riesce a mantenere la sua promessa, ma la guerra non lascia indenni. Il giovane contadino torna nel suo borgo malconcio nel corpo e profondamente turbato nella mente, portando dentro di sé i fantasmi di un trauma difficile da curare. La trasformazione di Enea è completa. Vacillerà ancora nei suoi campi, fino all’incontro con il prete erborista, già conosciuto in un ospedale da campo a Bassano in tempi di guerra. È nel silenzio ritrovato di Sprea che Enea decide di riordinare i suoi appunti di guerra. Pagine intime e dolorose, scritte non per orgoglio, ma come un lascito per chiunque un giorno vorrà ancora fermarsi a leggere e cercare di ritrovare il senso profondo dell’esistere.
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