Non tutte le prigioni hanno sbarre. Alcune hanno una porta elegante, un odore di sandalo e una voce che sa esattamente dove colpire. Non aver paura di essere felice è un thriller psicologico d’atmosfera che fonde l’indagine noir con la vertigine del romanzo dell’anima. Damiano è un uomo in apnea, prigioniero di un panico che gli ha tolto il futuro. Quando entra nello studio del dottor Felice Benaltro, crede di aver trovato la salvezza. Non sa che quella terapia è l’inizio di un contagio oscuro. Benaltro non è un medico, è un architetto d’anime che pone ai suoi pazienti una domanda letale: “Hai mai avuto paura di essere felice?”. Per lui, la felicità non è una cura, ma un’esposizione totale che terrorizza più della morte. Tra riti di sottomissione e ossessioni condivise, Damiano finisce prigioniero di un triangolo pericoloso con Euridice, un’altra anima spezzata. Ma quando il mentore viene trovato morto in una scena del crimine orchestrata come un’opera d’arte, l’ispettore Serra dovrà scavare tra frammenti di verità taciute. Non aver paura di essere felice è un noir spietato e poetico sul confine sottile tra cura e possesso, una storia dove la verità non libera: stringe.
Cosa succede quando la mano che stringi per non cadere è la stessa che ti sta spingendo nel vuoto? Non aver paura di essere felice non è solo un titolo: è un ordine paradossale, l’ultima provocazione di un uomo che ha fatto della manipolazione un’arte suprema. Questo noir psicologico, claustrofobico e raffinato segue la discesa agli inferi di Damiano, un manager di successo la cui vita apparentemente perfetta si incrina sotto il peso di un’ansia inspiegabile. In un mondo che esige performance, Damiano si ritrova improvvisamente senza fiato, in un’apnea esistenziale che lo conduce sulla soglia dello studio del dottor Felice Benaltro. Al centro del romanzo vibra una provocazione filosofica brutale: perché preferiamo restare nel buio rassicurante delle nostre nevrosi piuttosto che affrontare la luce accecante della gioia? Attraverso la figura enigmatica di Benaltro, la felicità viene spogliata della sua aura consolatoria per essere rivelata come lo strumento di controllo definitivo. Damiano scoprirà a sue spese che essere felici significa rinunciare all’anestesia del proprio dolore: un atto di coraggio estremo che il suo “maestro” trasforma in una forma di dipendenza assoluta. Benaltro non cura le ferite dei suoi pazienti; le abita, le allarga e le modella, convincendoli che solo attraverso la loro distruzione potranno finalmente essere “visti”. La narrazione si muove come un pendolo tra due epoche: il freddo e asettico interrogatorio di polizia nel 2016 e i ricordi febbrili, carichi di pioggia e tensione, del 2014. Il lettore viene trascinato in un labirinto di specchi dove la verità è frammentata e deformata. Non ci sono inseguimenti frenetici, ma una suspense psicologica costante che mozza il fiato. Ogni dettaglio sensoriale diventa un indizio o una trappola: l’odore persistente di sandalo e vaniglia che impregna le stanze, il ticchettio ossessivo di un metronomo notturno, la polvere d’oro utilizzata nel rito del kintsugi. Ogni percezione è una traccia del “contagio” che Felice inocula nelle sue vittime, rendendo il confine tra guarigione e sottomissione sempre più labile. Attorno a Damiano orbita una costellazione di personaggi indimenticabili, tutti prigionieri dello stesso demiurgo. L’ispettore Serra è l’unico punto di contatto con la realtà in questo gioco di specchi. Un uomo logorato da un fallimento passato che non riesce a dimenticare. Serra non cerca solo un assassino dietro una scena del crimine orchestrata come un’opera d’arte; cerca la propria redenzione per non aver fermato il “mostro” anni prima. Le sue domande sono bisturi che tentano di tagliare la narrazione seduttiva che Felice ha lasciato in eredità ai suoi “sopravvissuti”, cercando di distinguere dove finisce la terapia e dove inizia il delitto. Il romanzo scava in temi che risuonano profondamente nella società contemporanea: • La dipendenza affettiva: Come il bisogno ancestrale di approvazione possa trasformarsi in un guinzaglio invisibile. • Il potere della parola: La capacità di un manipolatore di riscrivere la nostra storia personale finché non la riconosciamo più come nostra. • La bellezza del frammento: Ispirato all‘arte giapponese del kintsugi, il romanzo suggerisce che non si torna mai integri dopo un trauma, ma si può imparare a splendere attraverso le proprie cicatrici, se si ha il coraggio di possederle. Non aver paura di essere felice è dedicato a chiunque si sia sentito almeno una volta "fuori fase" rispetto al mondo. È un libro per chi ama le atmosfere di autori che sanno scavare nel torbido dell’animo umano, senza rinunciare a una scrittura cesellata, densa di simboli e poesia. È una storia che costringe il lettore a guardarsi allo specchio e a porsi la domanda definitiva: “Chi sono io quando smetto di riflettermi negli occhi di qualcun altro?”. È un romanzo che non finisce con l’ultima parola, ma che continua a vibrare sottopelle, come il rintocco di un campanello nel silenzio della notte, ricordandoci che la verità, a volte, non libera: stringe.
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