Rufo, giovane monaco pavese smanioso di fare carriera clericale, scosso dall’uccisione di un fraterno amico, si avvia alla Prima Crociata dei Lombardi. La spedizione va però incontro a completa disfatta. Insieme a pochi sopravvissuti, il chierico rientra faticosamente in patria dopo un’avventurosa e lunga permanenza a Costantinopoli, dove gli vengono disvelati ancestrali simboli divini. Reduce a Pavia dall’odissea tragica della Crociata e deluso dall’impossibilità di ottenere la prevostura promessa, Rufo cade in tentazione con la giovane Gilda, che gli dà un figlio. Turbato, rimuove lo smarrimento interiore dedicandosi anima e corpo al servizio del prevosto della basilica di San Michele e ottiene l’agognato incarico di supervisore della ricostruzione della chiesa, in rovina da tempo. Il coinvolgimento negli imponenti lavori della facciata è lo spunto per approfondire il simbolismo misterioso dei bassorilievi del monumento e l’occasione per rintracciare la chiave di lettura del delitto da cui prende le mosse il racconto. Un epilogo crudele accomuna senza scampo i personaggi chiave del romanzo.
Ambientato a Pavia agli albori del XII secolo, il racconto copre oltre trent’anni della vita di Rufo, chierico del monastero di San Maiolo, protagonista della storia e voce narrante. Nel luglio dell’anno 1100 la chiamata alla Crociata dei Lombardi in Terra Santa da parte dell’arcivescovo di Milano Anselmo IV scuote improvvisamente la diocesi pavese. Rufo, fresco di ordinazione sacerdotale e turbato dall’assassinio di un amico carissimo avvenuto da poco in condizioni misteriose, aderisce all’appello dell’arcivescovo. È mosso dall’ambizione di far carriera nel clero e dall’allettante promessa del priore del suo monastero: diventare prevosto al ritorno dalla spedizione in Levante. Parte per la Crociata insieme ai pellegrini pavesi, guidati dal vescovo Guglielmo, e a decine di migliaia di altri Lombardi. La spedizione, tuttavia, tanto velleitaria quanto disorganizzata, è in balìa delle scelte ambigue dell’arcivescovo Anselmo IV che la guida verso una meta incerta; lungi dal raggiungere la Terra Santa, va incontro al massacro da parte dei Turchi Selgiuchidi nell’agosto del 1101. Alla carneficina sopravvivono pochissimi uomini; tre di questi, Siro Beccaio, macellaio di Pavia, il vescovo Guglielmo e il protagonista, intraprendono insieme il difficilissimo percorso di ritorno in patria. Raggiunta via mare Costantinopoli, la loro permanenza per quasi sei mesi nella capitale bizantina si arricchisce delle avventure sentimentali del macellaio Beccaio, della prima esperienza del chierico con l’altro sesso e dei suoi incontri con gente dotta che lo illumina sul significato di importanti simboli di Dio: il Fiore della Vita e il vortice dell’eternità. Alla fine di marzo 1102 un episodio delittuoso coinvolge i tre pavesi che, ricercati dalle guardie bizantine, sono costretti a mettersi in salvo precipitosamente su una nave diretta a Genova. Raggiunta Pavia, le cattive nuove non mancano. Rufo vede svanire l’ambita promozione, mentre il vescovo Guglielmo, tormentato dai rimorsi per la disfatta ignominiosa e preoccupato dagli organismi del nascente Comune, che gli sottraggono potere in città, piomba in uno stato di prostrazione fatale. Prima di morire designa Rufo canonico nel capitolo di San Michele. Nuovo di nomina, il protagonista si lascia trascinare in una relazione proibita con la giovane Gilda. Dalla relazione nasce un figlio, che decide di non riconoscere per celare lo scandalo e continuare a inseguire le proprie aspirazioni di carriera ecclesiastica. L’ultima parte della storia ha come sfondo la ricostruzione della basilica di San Michele, che si protrae per più di un quarto di secolo. Con discrezione, Rufo si guadagna la benevolenza del prevosto della basilica e mette a frutto il suo talento innato nel disegno e nell’arte delle costruzioni. Si dedica anima e corpo a seguire la realizzazione della facciata del nuovo San Michele sul modello della chiesa armena della Santa Croce di Aghtamar, ricca di bassorilievi: per l’Occidente è una novità assoluta che rivoluziona la consuetudine austera di lasciare i muri delle chiese spogli. I dialoghi con le maestranze e con l’architetto del cantiere gli permettono di approfondire l’oscuro simbolismo dei bassorilievi della basilica e sono motivo di riflessione sulla conflittualità permanente delle vicende umane. L’occasione per scoprire la ragione dell’assassinio da cui prende inizio il racconto nasce dall’incontro inatteso del protagonista con un vecchio monaco conosciuto molti anni prima, durante la permanenza a Costantinopoli. Quanto alla scelta egoistica di ignorare il figlio e di non riconoscerlo, la resa dei conti è inesorabile. Si risolve repentinamente in un finale impietoso, che tuttavia lascia spazio all’illusione di un futuro migliore.
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