Il volume ANCESTRAL ART - A journey towards ourselves, prima ampia presentazione della Meglioranzi Art Collection, frutto di oltre quarant’anni di ricerca e raccolta di Tiziano Meglioranzi, propone una selezione inedita di opere africane, oceaniche, americane indigene e precolombiane. Il libro invita a leggere l’arte ancestrale non come esotismo o semplice testimonianza etnografica, ma come linguaggio universale capace di connettere culture solo apparentemente lontane. Maschere e sculture non sono oggetti inerti, ma entità performative che incarnano identità, forze e memorie collettive. Ogni opera diventa un tramite tra le generazioni, un corpo rituale che riflette il ciclo vitale della comunità e la continuità del sacro. Nell’arte precolombiana, concetti come mallki e mam mostrano come la scultura e la ceramica rituale racchiudano insieme una dimensione politica e cosmica. Il monumentale vaso Maya di Yaxchilán, decorato con la processione di tredici guerrieri, rappresenta una delle più complesse narrazioni del potere rituale nel mondo mesoamericano: la scena, interpretata come cerimonia di restituzione delle armi o celebrazione della cattura dei prigionieri, esprime l’idea del sovrano come ajaw, sacerdote-guerriero che rinnova la legittimità dinastica attraverso il sacrificio.
La sezione oceanica, illustrata dalle sculture di Ambrym e Malekula, dalle maschere Yam e dagli idoli di caccia Yipwon e Garra del Sepik, rivela l’intreccio fra arte ed ecologia: la materia vegetale diventa forza generatrice e nutriente, rinnovando il legame tra comunità e paesaggio. La parte americana esplora il mondo sciamanico degli Yup’ik, dove le maschere incarnano spiriti animali o i tuunrat dello sciamano, e la tradizione delle Kachina Hopi e Zuñi, terreno in cui sacro e pedagogia coesistono. Non a caso, le bambole tihu e koko, destinate a insegnare ai bambini la cosmologia dei Pueblos, hanno ispirato numerosi artisti e intellettuali del Novecento. L’Africa, ricca di varietà espressiva, è rappresentata dalle rare coppie reliquiarie bonganga-nganga della cultura Ngata/Nkundu, dalle figure nkisi n’kondi, dispositivi di giustizia e cura, e dalle sculture astratte tchitcheri dei Moba, che incarnano lo yendu, il “respiro” dell’antenato. L’intero progetto, visivo e testuale, funziona come un archivio vivente di civiltà e diventa un invito a riscoprire nell’arte la più antica delle funzioni: ricordare per comprendere chi siamo.
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